ESSAI


HAPPY END

 

Regia: Michael Haneke
Interpreti: Isabelle Huppert, Mathieu Kassovitz, Jean-Louis Trintignant, Nabiha Akkari, Toby Jones, Dominique Besnehard
Origine: Francia, Austria, Germania - 2017
Genere: Drammatico
Durata: 107 min.

 

Prezzo: Intero e Ridotto €5,50 - CinePass €5,00

Mercoledì 21 Febbraio - ore 21.15

La trama

Una famiglia dell'alta borghesia a Calais. Il padre è il fondatore di un'azienda che ora è guidata dalla figlia e dal riottoso nipote. I due debbono risolvere il problema di un grave incidente che ha causato una vittima. Al contempo il fratello di lei, passato a seconde nozze, ha problemi con la figlia di primo letto che viene a vivere con lui dopo il ricovero della madre. Intorno a loro il Mondo che affronta ogni giorno altri tipi di problematiche.

La critica

Happy End potrebbe considerarsi un’ideale epitome dell’opera ma, soprattutto, della visione hanekiana che rimanda ai capisaldi della sua poetica. Non è un caso che Jean-Louis Trintignant (Georges) sia, ancora una volta, il padre di Isabelle Huppert come in Amour, al quale si fa un chiaro riferimento in una delle scene più intense del film, generando un corto circuito identitario in cui il nome della madre diventa adesso quello della figlia che lì si chiamava Eve, come la nipote adolescente con la quale l’anziano patriarca condivide una segreta quanto tragica consonanza. (…) Haneke osserva, con perizia da entomologo, l’attività sovente insensata di un’umanità che pare sgretolarsi proprio come quella parete del cantiere il cui franare, ripreso dall’occhio immobile di una telecamera di sicurezza, si fa fulgida metafora del contemporaneo. Il cinema del regista austriaco si pone, volutamente, ben oltre il territorio del giudizio scegliendo di esprimersi attraverso una rigorosa e limpida sintassi visuale, in cui ogni elemento viene inquadrato nella sua funzione significante. Ciò che guardiamo accade ed è; attribuire a questo un significato fa parte quindi parte di un processo altro (ampiamente demandato allo spettatore) e successivo all’osservazione. Ed è da ciò, probabilmente, che deriva l’impressione spiazzante di quest’opera che – in apparenza – sembra meno crudele delle precedenti; tuttavia la macchina da presa di Haneke si addentra impietosamente nel meccanismo disfunzionale di una società che va in frantumi e per farlo, paradossalmente, ne mantiene la distanza da un punto di vista di implacabile veridicità. Che ci piaccia o meno, la realtà è questa… a noi l’ardua sentenza di accettare o di cambiare.”

"Happy End è cinema calato dall'alto, tutto di testa, programmatico fino al midollo. Attraverso le vicende di una famiglia ricca di Calais (...), l'austriaco riprende le sue ossessioni per raccontare la decadenza e la barbarie dei tempi che viviamo. Modalità del vedere, e del girare, comprese: non a caso si parte da un video di crolli e morte. È la crisi dell'Occidente e del cinema: a crollare è il nostro mondo, siamo noi; e la colpa è nostra, che stiamo a guardare senza saper reagire, e anzi ci compiacciamo quasi del disastro.” Federico Gironi, 'Il Messaggero'

 


L'INSULTO

 
 Regia: Ziad Doueiri
Interpreti: Adel Karam, Kamel El Basha, Camille Salameh, Rita Hayek, Christine Choueiri, Diamand Bou Abboud, Elie Njem, Tatal El Jurdi
Fotografia: Tommaso Fiorilli
Montaggio: Dominique Marcombe
Produzione: Rouge International, Tessalit Productions, Ezekiel Films, Scope Pictures, Douri Films
Origine: Francia, Libano - 2017
Genere: Drammatico
Durata: 113 min.

Prezzo: Intero e Ridotto €5,50 - CinePass €5,00

Mercoledì 28 Febbraio - ore 21.15

CANDIDATO AGLI OSCAR 2018 COME MIGLIOR FILM STRANIERO

Occhiello

Un'ottima sceneggiature e dei bravi interpreti per un film che fa un punto importante della situazione libanese e non solo.

La trama

Durante i lavori per rinnovare la facciata di un edificio a Beirut, Toni, un cristiano libanese, e Yasser, un rifugiato palestinese, si scontrano per un impianto idraulico. La lite è piuttosto violenta a livello verbale tanto che Yasser finisce per insultare Toni. Quest'ultimo, ferito nella sua dignità, decide di sporgere denuncia e i due vengono improvvisamente catapultati in un vortice infernale con un lungo processo che attira l'attenzione mediatica nazionale, per le ataviche questioni tra palestinesi e cristiani libanesi. Al processo, oltre agli avvocati e ai familiari, si schierano due fazioni opposte di un paese che riscopre in quell'occasione ferite mai curate e rivelazioni scioccanti, facendo riaffiorare così un passato che è sempre presente.

La critica

“La pellicola del regista Doueiri tocca in maniera impeccabile il più grande nervo scoperto della storia e della terra libanese. Un territorio martoriato da una guerra civile tra cristiani e musulmani, tra rifugiati palestinesi e forze filo israeliane/occidentali. Il regista prende due uomini, così diversi apparentemente, ma così accomunati da una rabbia che cova loro dentro, da un orgoglio che sembra vincere su tutto, anche sulla pacifica convivenza. (…) Perfetti sono i due protagonisti, interpretati da Karam ed El Basha, che accecati dall’odio e dalle loro esperienze passate non sembrano proprio riuscire a trovare un accordo per sistemare una faccenda stupida e insignificante, almeno all’inizio. Ottimo è il percorso che il regista dà alla storia. Il cerchio si chiude poi da dove tutto è nato, in cui tutto avrà il suo epilogo, in quanto lo scontro non si limita ad essere solo quello tra i due uomini ma è molto più ampio. C’è la tensione all’interno delle due famiglie, all’interno del quartiere, tra i due avvocati che difendono i due uomini, tra le due fazioni che abitano questa terra che proprio non riesce a trovare un equilibrio tra le sue varie etnie. Soprattutto c’è la speranza che un giorno questo odio possa finire e che torni la luce e la gioia in questo mondo, perché la terra non può volere male all’albero, di qualunque specie questo possa essere.”

“Non è così frequente che un film piaccia tanto a tanti, specie se si tratta dei cinefili da festival che notoriamente amano spaccare il capello in quattro. Curioso che a mettere d'accordo tutti o quasi non sia stato un blockbuster hollywoodiano infarcito di star, ma un film franco-libanese parlato in arabo e recitato da sconosciuti non illustri ma bravissimi. Il titolo è The Insult, L'insulto, e il regista si chiama Ziad Doueiri, che per la verità sconosciuto non è perché era il cameraman di Tarantino e di film ne ha già girati tre, più due serie tivù, e tutti recensiti benissimo.”

Alberto Mattioli, ‘La Stampa’